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                     Dreolino: una storia che cambia

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Tutto è cominciato, o almeno così mi dicono, in una strada molto conosciuta di Rufina: il cosiddetto ‘Dietro Sieve’. Nel 1939, in un giorno che non saprei dire con precisione, un uomo piccolo piccolo, davvero di bassa statura, prese una chiave, la mise nella toppa e aprì, per la prima volta, la sua cantina. Quell’uomo era Gino Tanini e aveva appena investito i guadagni della sua vita per realizzare il suo sogno: aprire una casa vinicola. Aveva appena aperto la porta di legno massiccio che, nuova nuova, non scricchiolava neppure; un fascio di luce intensa faceva capolino ad illuminare tutti gli strumenti non ancora usati. Si fermò, paralizzato. Poteva farcela? Aveva dei dubbi? Era stato un buon investimento? Oppure solo il sogno di un pazzo che aveva gettato al vento tutto ciò che aveva? Si voltò ad osservare, al suo fianco, la moglie e il bambino di tre anni che le stringeva la mano. Erano entrambi impazienti, ma in due modi diversi: Anita lo fissava con gli occhi spalancati, quasi a chiedersi cosa stesse aspettando. Raffaello sembrava solo confuso e un po’ disorientato, non essendo quella la casa dove era nato e vissuto fino ad allora.
-Gino, che aspetti?- gli chiese la moglie, Anita. Gino, Gino... era l’unica a chiamarlo così. Solo un’altra persona lo aveva fatto prima di allora ed era stato suo padre, Andrea. Adesso, invece, tutti lo avrebbero conosciuto come Gino, perché la ‘Cantina Gino Tanini’ era il nome della sua ditta. E dunque sarebbe stato il nome con cui tutti, d’ora in avanti, lo avrebbero identificato. Ma lui non si sentiva Gino. Nessuno lo chiamava così. Tranne che per la sua bassa statura, tutto in lui ricordava il padre Andrea e dunque gli amici e tutti in paese, avevano iniziato a chiamarlo Andreino. Da lì, il passo era stato breve: Andreino, Dreino e poi, chissà perché, qualcuno aveva deciso di aggiungere due piccole lettere in mezzo e lui era divenuto, per chiunque, Dreolino.
Chiuse la porta con un tonfo sordo. -Gino, ma che fai?- chiese la moglie, sempre più sbalordita da quel comportamento insolito. -Non va bene, Anita. Manca qualcosa-
-Ma cosa?- Invece che risponderle, si arrampicò sul muretto della sua casa e, sostenendosi un po’ come poteva, si aggrappò all’insegna e cominciò a gravarvi sopra finché non la tirò giù.
-Ma sei impazzito?- Anita cominciò a strillare quando il marito si incamminò via, con l’insegna ‘Cantina Gino Tanini’ sotto il braccio
-Gino, e dove vai ora?-
Lui si girò di scatto e quasi non colpì un passante con il legno. Le rivolse un sorriso smagliante e sicuro di sé:
-Dal falegname, cara: bisogna rifare l’insegna-
-L’insegna? Cos’ha che non va l’insegna?-
-La voglio nuova. Questa non va bene. Voglio la scritta ‘Casa Vinicola Dreolino’. E scritto bello grosso: D-R-E-O-L-I-N-O. Perché io non sono mai stato Gino e ma sempre e solo Dreolino!-
-Ma non vuoi nemmeno aprire oggi? Inizi a cambiare prima ancora di aprire?-
-Esatto: cambiare. Bisogna cambiare: c’è bisogno di cambiamento!-
-Ma questo è un capriccio: e se domani non ti piace la porta che fai, cambi anche quella?- Gino, o meglio, Dreolino si fermò imbronciato e osservò la porta per un po’. Sembrava davvero considerare l’estetica di quel pezzo di legno, valutando se cambiarlo o meno. Poi sollevò la testa di scatto e rispose con decisione:
-No. La porta mi garba così- e, con l’insegna bugiarda sotto il braccio, si avviò dal falegname.
Fu questo il quasi-inizio della nostra cantina, che aprì ufficialmente le sue porte tre giorni dopo questo episodio. Sulla porta svettava l’insegna ‘Casa Vinicola Dreolino’ e sotto, piccolo piccolo, di bassa statura, stava Gino, detto Dreolino: le mani frenetiche e impazienti si muovevano per aria mentre faceva vedere a tutti i macchinari nuovi di zecca. Sfoggiava un sorriso smagliante e soddisfatto, quello di chi sa di aver fatto la scelta giusta.

Nel 1960, Raffaello era già adulto. Era cresciuto in quella casa e in quella cantina che, anni prima, guardava con diffidenza e da un punto di vista estraneo. Adesso, neanche si ricordava bene la casa della sua primissima infanzia. Guardava da fuori la porta della sua cantina: sua e di suo padre. Che fare? Che fare? Si chiedeva. C’erano più clienti: lui, con il suo carisma e la sua affabilità, era riuscito ad accrescerne il numero. Serviva più spazio. Che fare? Che fare, dunque?
-Ci serve un’azienda più grande- disse, un giorno, al padre.
-I vicini non vogliono venderci i loro fondi, dobbiamo arrangiarci così- rispose Dreolino, che era impegnato a travasare del vino.
-Allora spostiamoci- Dreolino, già piccolo di suo, era piegato sul travaso e guardò il figlio ancora più dal basso del normale:
-Ho comprato questa casa e questa cantina nel centro di Rufina. Perché mi dovrei spostare?-
-Perché possiamo avere più spazio. E perché Rufina ormai è troppo piccola per noi: guardiamo a Firenze, guardiamo a tutta Italia. Con uno spazio più grande possiamo farlo-
-E che fondo hai visto, adatto a queste idee?-
-Quello grande: sulla strada statale. Pensaci: via Fiorentina, la strada che porta a Firenze, alla città. Inoltre, è la strada Tosco-Romagnola: quella porta ovunque-
-Non ci sono né case né cantine, quelle parti- gli disse Dreolino, confuso come non mai.
-Lo so- rispose Raffaello -Per questo dobbiamo costruircelo-
Dreolino si rialzò dal travaso che, vista la situazione, poteva aspettare un po’. Si stirò la schiena dolorante. Guardò bene il figlio e si chiese se stesse scherzando. Se non scherzava, doveva essere impazzito. Poi lo osservò meglio: Raffaello aveva un sorriso strano, come quello di un bambino che ha rubato delle caramelle, sa di aver sbagliato ma sa anche che verrà perdonato. No, non stava scherzando. E lui doveva smetterla di pensare a Raffaello come un bambino: era cresciuto, era un adulto e la crescita esponenziale dell’azienda di cui era responsabile ne era la prova. Poi, Gino si guardò intorno: guardò il piccolo spazio in cui stava lavorando con i suoi dipendenti. Guardò Raffaello e capì che quello spazio non era più sufficiente. Infine guardò fuori e capì che sì, potevano esserci luoghi più grandi in cui crescere, in cui cambiare. Cambiamento, c’era bisogno di cambiamento.
-E va bene: prendiamo questo terreno e facciamoci la nostra cantina- Si abbracciarono e Raffaello si incamminò verso l’uscita.
-A una condizione, però- disse Dreolino, ripensandoci.
-Quale, babbo?-
-L’insegna e la porta vengono con noi- rispose lui, con un tono che non ammetteva repliche.
-L’insegna va bene, l’avrei presa anche io. Ma a che serve la porta? Dobbiamo avere una cantina più grande, quella non basterà-
Dreolino scosse le spalle, assolutamente non curante di quell’opinione e di quei fatti:
-La porta viene con noi-
-Ma perché?-
-Perché mi garba- e si rimise giù a fare il travaso.

Nel 1980, Sabrina teneva la sua prima degustazione ad un gruppo di turisti venuto in visita alla cantina. Era in piedi, impettita, un po’ in tensione, ma non lo avrebbe mai dato a vedere. Le piaceva quel lavoro, la appassionava e si sentiva orgogliosa di ciò che stava facendo. Quando andarono via, lei, suo fratello Luca e suo padre Raffaello si sedettero.
-Dovremmo allargare di più il nostro raggio commerciale- disse lei.
-Cosa intendi?- chiese Raffaello.
-Intendo che ormai l’Italia non basta più: perché farci conoscere solo da pochi? Perché non esportare il nostro vino ovunque?-
-Ha ragione Sabrina, babbo- disse Luca, affiancando la sorella minore. -E allora va bene, fatelo- concordò Raffaello che, davanti al nuovo, non si era mai tirato indietro -Io non so bene come, ma vi aiuto come posso-
-Potremmo organizzare anche delle visite guidate alla cantina- propose Luca -Quello di oggi è stato un caso, ma sono sicuro che ai turisti in visita in Toscana piacerà degustare i vini e allo stesso tempo visitare la cantina-
Raffaello storse il naso: -Attento- gli disse -Non intendo trasformare la mia cantina in una finta messa in scena acchiappa-turisti. Io faccio vino, non spettacolo-
-E continueremo a farlo: lo spettacolo incanta ma alla fine piace a pochi- lo rincuorò la figlia -La vera realtà dei fatti, invece, stupisce e lascia il segno. E noi questo sappiamo farlo bene-
-E come possiamo spiegarlo a tutti?- chiese Raffaello -Al nonno Dreolino, ai nostri clienti e a quelli nuovi. Come possiamo far capire che Dreolino, alla fine, rimane Dreolino, nonostante un cambiamento così grande?-
Fu Luca questa volta a rispondere: -Siamo sempre stati una piccola azienda, babbo, e questo non cambierà. Basterà dire che la nostra passione è troppo grande per essere noi così piccoli: per questo dobbiamo condividerla con quante più persone possibili-
Raffaello ci pensò su un attimo, poi annuì: -Sì, sì è così. E funzionerà. Le persone, così, capiranno-
Si sorrisero tutti e tre e poi tutti e tre rabbrividirono.
-Fa decisamente troppo freddo in questa stanza- disse Sabrina, che era sempre stata freddolosa.
-La colpa è di quella porta: è così vecchia che ci sono centinaia di spifferi che fanno passare il freddo- disse Luca. Guardarono la vecchia porta che cigolava ogni volta che veniva aperta o che le raffiche di vento erano un po’ più intense. Effettivamente la stanza era davvero troppo fredda.
-Sarebbe il caso di sostituirla- concordò Raffaello -Ma vostro nonno si opporrà in ogni modo: adora quella porta- disse con un sorriso che nascondeva qualcosa: un ricordo, probabilmente.
-Se questa stanza diventerà la sala delle degustazioni, dovrà essere più calda- Sabrina pensava ad alta voce, picchiettando nervosamente le dita delle mani sulla superficie del tavolo di fronte a lei. Poi si fermò: -Ho un’idea- disse raggiante -perché sostituirla? Cambiamola e basta. Sì: cambiamo la porta e sostituiamo...- si guardò attorno alla ricerca di qualche mobilio ma non ce n’erano molti per cui disse -... sostituiamo il tavolo-
La nuova stanza delle degustazioni era ormai pronta: c’era tutto ciò che doveva esserci. La inaugurarono in una soleggiata giornata di luglio, durante la quale la porta di acciaio termoisolante rimase aperte per far passare una leggera brezza che rinfrescava l’ambiente. Esatto, la porta vecchia porta era stata tolta e cambiata con una nuova e moderna. Ma non era stata gettata via, tra i rifiuti. Tutt’altro: quella porta, che aveva sostenuto e visto nascere l’azienda dalle prime fondamenta era andata in pensione ed era stata montata, su idea di Sabrina, su un sostegno di legno. Adesso, lucidata e messa a nuovo, dava sfoggio di sé al centro della sala degustazioni e sostituiva il vecchio tavolaccio anonimo che vi era prima. Tutto e tutti erano passati da quella porta. Ora tutti si sostenevano a lei: le persone ci si appoggiavano, i bicchieri colmi di vino trovavano una pausa di stabilità e le bottiglie davano bello sfoggio di sé. Dreolino, anziano e appoggiato al suo bastone, entrò nella stanza e osservò il figlio e i due nipoti. Poi guardò il tavolo con aria scettica:
-Una porta che diventa un tavolo- Ci fu un attimo di silenzio generale.
-Che c’è nonno, non ti piace?- chiese Sabrina, dispiaciuta da un’eventuale conferma di quell’ipotesi.
-La porta che diventa un tavolo- ripeté lui, guardandosi attorno e vedendo che la porta non era stata l’unica cosa a cambiare, ad evolversi e a diventare, in qualche modo, più grande
-Sì, che mi piace- disse sorridendo -Mi garba anche di più così. Ci avrei dovuto pensare io qualche anno fa!- aggiunse. Ma, dentro di sé sapeva che era impossibile, sapeva che aveva già fatto tanto e che tanto avevano fatto anche gli altri. E sapeva anche che quello che in quel momento era un cambiamento, a breve sarebbe divenuto vecchio e cambiato ancora. Ma finché le cose cambiavano in quel modo (e cioè adattandosi ai tempi e alle esigenze, ma mai senza venir meno ai loro ideali e alla loro natura), tutto sarebbe andato bene.